Studiando l’impatto e il ruolo della Parola nella nostra vita di nati di nuovo, mi sono imbattuta in Giacomo 1:22: «E siate facitori della Parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi».
Nella maggior parte delle traduzioni moderne e nei discorsi comuni, si tende spesso a sostituire il termine "facitori" con formule come "praticanti" o "coloro che mettono in pratica". La giustificazione abituale è che "facitore" sia un termine arcaico, obsoleto, ormai superato dalla lingua d'oggi. Ma è davvero solo una questione linguistica? Incuriosita, ho voluto scavare alle radici del testo originale per capire quale peso teologico custodisse quella scelta terminologica.
La scoperta è stata illuminante.
Nel testo greco, il termine tradotto con "facitori" è Poiētai (poiētēs) — la stessa radice da cui deriva la nostra parola "poeta".
Nel mondo classico, il poiētēs non era affatto un semplice esecutore materiale, un operaio che assembla pezzi seguendo un manuale di istruzioni. Il poiētēs era l'autore, il creatore, l'artefice che dà origine a un'opera. C'è una differenza abissale:
"Mettere in pratica" evoca un'azione meccanica: adempiere a un dovere, applicare una direttiva esterna, rispettare una serie di norme.
essere Poiētai/facitori significa plasmare la realtà: prendere qualcosa che prima esisteva solo come ascolto o idea e conferirgli una forma visibile, concreta e viva.
Il "facitore" non è un mero esecutore, ma un artista dello Spirito che fa fiorire la Parola dentro di sé fino a trasformarla in un'opera d'arte esistenziale.
La trappola dell'auto-illusione: Paralogizomenoi
C'è un dettaglio drammatico che Giacomo aggiunge alla fine del versetto e che non possiamo ignorare: «...ingannando voi stessi».
Nel testo greco viene usato il termine Paralogizomenoi, un verbo che appartiene al linguaggio della logica e della matematica e che significa letteralmente "ragionare male", "cadere in un falso sillogismo" o "calcolare male i conti".
Giacomo ci sta dicendo che chi si limita ad ascoltare la Parola — magari studiandola, prendendo appunti, emozionandosi durante un sermone o condividendola sui social — cade in un cortocircuito mentale: confonde l'informazione con la trasformazione.
Pensiamo: "Ho capito questo concetto spirituale, quindi fa parte di me". Ma è un calcolo errato. L'ascolto privo dell'azione del Poiētēs crea la falsa percezione della crescita spirituale, lasciandoci invece esattamente dove eravamo. È l'auto-inganno di chi scambia il menu con il pranzo.
A questo si aggiunge un secondo livello di profondità, legato alla matrice ebraica che permea il pensiero di Giacomo. L'espressione «Parola» rimanda direttamente al concetto ebraico di Dabar.
Nella rivelazione biblica, Dabar non è mai un concetto astratto, un suono volatile o un'informazione teorica. Dabar significa inscindibilmente "Parola" e "Azione/Fatto".
Quando Dio crea in Genesi, non trasmette nozioni: parla ed enumera realtà: «Dio disse: "Sia la luce!", e la luce fu».
La Parola di Dio è intrinsecamente creativa, carica di un potere generativo che non si arresta finché non si è compiuto ciò per cui è stata emessa.
Di fronte a questa dinamica, si delineano tre attitudini spirituali nettamente distinte:
L'uditore si arresta alla superficie: riceve la Parola come semplice informazione intellettuale o dottrina da archiviare.
Il praticante compie un passo in più, ma rischia il moralismo: si sforza di conformarsi a un codice di condotta esterno per senso del dovere.
Il facitore, invece, dischiude il potenziale divino del Dabar: permette alla Parola di penetrare fino alle fondamenta dell'essere, lasciando che il suo ciclo dinamico si completi e si traduca in storia, scelte e gesti quotidiani.
Non a caso, subito dopo, Giacomo introduce la celebre metafora dello specchio (v. 23-24). Chi si limita ad ascoltare è come chi si specchia, osserva la propria immagine e poi si allontana, dimenticando istantaneamente chi è.
Questo ci rivela la vera natura della Scrittura: la Parola non nasce per farci da codice penale esterno, ma da specchio rivelatore della nostra nuova identità.
Obbedire a una legge esterna può rimanere uno sforzo passivo o religioso. Essere un facitore significa guardarsi nello specchio della Parola, scoprire la propria vera natura di figlio di Dio rigenerato dallo Spirito e lasciarsi trasformare da quella visione.
L'azione del facitore non scaturisce dallo sforzo di "dover fare", ma dalla spontaneità di "essere".
Essere facitori della Parola significa dunque rifiutare la condizione di spettatori passivi della fede per diventarne i protagonisti creativi.
Significa far sì che la Verità si incarni nella nostra carne.
È così che si compie in noi, nella nostra piccola storia personale, il principio eterno proclamato da Giovanni: «E la Parola si è fatta carne e ha abitato fra di noi» (Giovanni 1:14).
Come Cristo è stato l'Incarnazione perfetta della Parola del Padre, così il facitore continua a far manifestare la Parola nel mondo attraverso la propria vita.
E tu? Ti sei mai sentito più 'praticante' o 'facitore' nel tuo cammino di fede? Scrivimelo nei commenti qui sotto, mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero!
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