L’apostolo Paolo scrive ai Colossesi pur non avendoli mai incontrati di persona. A spingerlo è il resoconto accorato di Epafra, suo fidato collaboratore e fondatore di quella comunità. Epafra gli ha parlato di una chiesa fervida, una famiglia di fratelli che vive intensamente nell’amore di Dio. Paolo ne è commosso, il suo cuore esulta, eppure, tra le righe di quel racconto, percepisce un’ombra. Un’inquietudine lo spinge a prendere la penna: i suoi fratelli sono in pericolo.
Dobbiamo immaginare Colosse per quello che era: una città di confine, un ponte sospeso tra Oriente e Occidente. Era un crocevia pulsante dove le rotte commerciali diventavano autostrade per le idee. Qui, la fede dei primi cristiani si scontrava quotidianamente con un mosaico stordente di culture: la logica stringente della filosofia greca, il fascino oscuro del misticismo persiano e il rigore millenario della legge ebraica.
In questo clima di "contaminazione", molti credenti iniziarono a vacillare. Si insinuò in loro un’idea pericolosa: che Gesù, sì, era il Salvatore, ma che per essere "cristiani completi" servisse qualcosa in più. Regnava la confusione. C’era chi guardava con nostalgia alle prescrizioni mosaiche, chi si lasciava rapire da visioni mistiche e culti angelici, e chi tentava di nobilitare il Vangelo rivestendolo con i panni della speculazione filosofica greca.
È in questo scenario di caos spirituale che Paolo lancia il suo grido d'allarme, che risuona potente al capitolo 2, versetto 8:
Guardate che nessuno vi faccia sua preda con la filosofia e con vano inganno, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo.
Paolo usa un termine forte: "preda". Ci avverte che senza il discernimento rischiamo di essere rapiti, portati via come bottino di guerra. I pericoli che elenca — una filosofia vuota e tradizioni umane spacciate per verità divine — non sono confinati nel primo secolo. Sebbene le culture siano cambiate, l'anima di quell'inganno è rimasta identica.
Oggi non discutiamo più nelle agorà greche, ma continuiamo a cercare di "spiegare" la fede attraverso il filtro limitato della conoscenza umana, preferendo la logica del mondo alla rivelazione biblica. Guardiamoci intorno: quante predicazioni oggi sono solo discorsi motivazionali? Quante si riducono a uno spettacolo mistico fine a se stesso o a un legalismo soffocante fatto di "devi" e "non devi"?
Siamo figli di un mondo in cui ognuno è architetto della propria filosofia di vita, basata sui propri successi e sulle proprie ferite. Ogni verità che riceviamo viene passata al setaccio di questo filtro personale, rischiando di svuotare il Vangelo della sua potenza trasformatrice.
Paolo, da maestro della comunicazione, non usa uno schema rigido. Egli adatta il suo approccio alla cultura di chi ha di fronte, ma il suo obiettivo resta unico e incrollabile: presentare il puro Vangelo di Cristo.
In questa lettera, Paolo compie una scelta stilistica sorprendente: cita lo Spirito Santo una sola volta (1:8). Perché? Probabilmente perché i Colossesi, già immersi in un misticismo esasperato, avevano bisogno di altro. Avevano bisogno di "terra", di concretezza. Paolo vuole che tocchino con mano la centralità di Cristo. Lo descrive con termini superlativi, lo innalza sopra ogni principato e potestà, per riportare i credenti alla sostanza. Vuole condurli a una fede limpida, senza restrizioni umane, senza vaneggiamenti e senza quelle aggiunte mondane che promettono sapienza ma portano solo schiavitù. Perché se abbiamo Cristo, abbiamo tutto. Questo messaggio ci tocca nel vivo ed è di un’attualità sconcertante. Credo fermamente che la Chiesa di oggi abbia un bisogno vitale di riscoprire questo monito: tornare alla centralità assoluta di Cristo.
Dobbiamo tornare a comprendere chi è davvero il Figlio di Dio. Egli non è un’icona polverosa del passato, né un concetto astratto relegato nel regno dell’invisibile. Non è nemmeno un semplice destinatario di canti e adorazione da confinare dentro le mura di un luogo di culto, per poi essere dimenticato non appena varcata la soglia d'uscita. Al contrario, Cristo è estremamente concreto: è vivo, è presente, è operante in noi e intorno a noi in ogni istante della nostra vita.
La lettera ai Colossesi ci mette con le spalle al muro e ci impone una scelta radicale: in cosa crediamo davvero? Ci stiamo lasciando plasmare dalla filosofia di questo mondo o dal puro Vangelo? Se è vero che oggi nelle chiese regna spesso la confusione, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che ciò accade anche per la carenza di un insegnamento fedele. Predicare Cristo nella sua verità e nella sua nuda semplicità è diventato "scomodo". È un messaggio che urta l'orgoglio umano e offende le logiche del mondo, ma è l'unica via per la vera libertà.
Detto questo, la domanda che rivolgo a te è questa: sei pronto a farti mettere con le spalle al muro?
Ciò che emerge da questa lettera è sconvolgente. Sembra quasi impossibile che, in pochissimi passaggi, Paolo riesca a spiegare la grandezza incommensurabile di Cristo e la straordinaria realtà della nostra appartenenza a Lui. Questo dimostra che non occorre fare lunghi discorsi filosofici per spiegare Dio. Quando la verità è assoluta, brilla di luce propria; non ha bisogno di ornamenti umani per essere potente.
Leggiamo insieme i versetti 1:13-14:
Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
Subito dopo aver pregato per i Colossesi, Paolo stabilisce la "pietra angolare" della sua teologia. Tutto ciò che dirà in seguito ha senso e autorità solo se poggia su questa base incrollabile.
Egli parla della nostra redenzione come di un dono assoluto. Usa verbi d'azione che non lasciano spazio a dubbi: Dio ci ha riscossi, ci ha strappati via dalla potestà delle tenebre per trasportarci nel Regno del Suo amato Figlio. Dio ha progettato la nostra salvezza sapendo che il prezzo del riscatto sarebbe stato altissimo: la vita stessa di Suo Figlio. Una volta pagato quel prezzo col sangue, ci ha presi e ci ha trasferiti di regno.
Qual è stata la nostra parte in tutto questo? Nulla. Non abbiamo contribuito, non abbiamo meritato, non abbiamo aiutato. Dio ha compiuto l'intera opera. La nostra unica parte è accogliere questo dono immenso mediante la fede.
Ma attenzione: una volta ricevuto il dono della redenzione, siamo nati di nuovo e siamo chiamati a vivere in questo Regno. E per vivere pienamente come cittadini del cielo, è vitale conoscere il Re e comprendere la Sua volontà.
La filosofia di questo mondo e la religiosità umana ci spingono a vivere in modo relativo: ogni cosa viene misurata in base alle nostre esperienze, al contesto in cui siamo nati, alla denominazione religiosa a cui apparteniamo o al nostro ceto sociale. Tutto è parziale, tutto è soggettivo. Paolo, però, alza la voce per metterci in guardia: tutto questo è un "vano inganno". Egli stabilisce un punto fermo, assoluto: la nostra vita non è un insieme di circostanze, la nostra vita è Cristo.
Potrebbe sembrare un concetto complicato, quasi astratto, ma in realtà è di una semplicità disarmante. Lascia che ti spieghi come Paolo affronta la questione.
Prima di chiedere a qualcuno di riporre la propria fiducia in qualcosa, è necessario spiegare nei minimi dettagli perché quel qualcosa sia degno di fede. Se ti chiedo di credere in una persona, devo fornirti prove, fatti e informazioni che la rendano credibile, affinché tu possa convincerti che valga davvero la pena affidarle la tua vita.
Per questo motivo, Paolo, per descrivere l'immensità di quel Cristo in cui i Colossesi avevano creduto, non usa argomentazioni filosofiche, ma ricorre a un inno. Probabilmente era un canto già noto, una melodia che risuonava nei loro culti e durante i battesimi.
Leggiamo Colossesi 1:15-20:
Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di ogni creatura, 16 poiché in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili: troni, signorie, principati e potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. 18 Egli stesso è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli è il principio, il primogenito dai morti, affinché abbia il primato in ogni cosa, 19 perché è piaciuto al Padre di far abitare in lui tutta la pienezza, 20 e, avendo fatta la pace per mezzo del sangue della sua croce, di riconciliare a sé, per mezzo di lui, tutte le cose, tanto quelle che sono sulla terra come quelle che sono nei cieli.
In questi pochi versetti è racchiuso tutto ciò che è necessario sapere su Cristo. È un ritratto così potente da renderlo credibile e accettabile per chiunque cerchi la verità.
Analizzando l’inno, notiamo una struttura perfetta:
Dal versetto 15 al 17, Paolo descrive il ruolo di Cristo nella Creazione (richiamando il prologo di Giovanni): Egli è l'origine e il sostegno dell'universo.
Dal versetto 18 al 20, lo descrive nel Suo ruolo nella Chiesa: Egli è il Redentore, il principio della nuova vita.
Paolo ne proclama l'eternità e la sovranità assoluta: non esiste nulla, né nel mondo visibile né in quello invisibile, che sia al di sopra di Lui. Attraverso queste parole, l'Apostolo rivolge ai Colossesi (e a noi) una domanda provocatoria: “Come potete correre dietro a filosofie vuote dopo aver conosciuto un Cristo così grande? Come potete cantare queste verità durante il culto e poi, nella vita quotidiana, lasciarvi guidare da logiche umane?”
È il paradosso che viviamo ancora oggi: leggiamo la Parola di Dio, ma continuiamo a praticare le filosofie del mondo.
Ma cosa significa, concretamente, "praticare le filosofie del mondo mentre leggiamo la Bibbia"? Significa che spesso viviamo con un doppio standard mentale: abbiamo una fede per la domenica e una "filosofia di sopravvivenza" per il resto della settimana.
È come se avessimo due paia di occhiali. In chiesa indossiamo gli occhiali della fede e vediamo Cristo come il Signore di tutto. Ma appena usciti, cambiamo lenti e iniziamo a guardare i nostri problemi, i nostri soldi e le nostre relazioni attraverso le lenti del mondo: l'ansia, la competizione e l'egoismo. Paolo ci sta dicendo: non cambiate occhiali. Se Cristo è il primogenito di ogni creatura, Egli è il Signore anche del tuo lunedì mattina.
Paolo ci sta gridando che non possiamo indossare due paia di occhiali. Se Cristo è davvero il "primogenito di ogni creatura" e il "capo del corpo", allora Egli deve essere il filtro unico attraverso cui passa tutto: il nostro modo di gestire i soldi, di soffrire, di lavorare e di amare. Non è una questione di religione, è una questione di realtà.
Se Lui sostiene l'universo, può sostenere anche la tua giornata. Perché accontentarsi di una fragile filosofia umana quando abbiamo a disposizione la Pienezza stessa?
Paolo lancia poi una sfida che scuote ogni nostra pretesa di religiosità (v. 2:6-7):
Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui, essendo radicati ed edificati in lui, e confermati nella fede come vi è stato insegnato, abbondando in essa con ringraziamento.
Qui l'Apostolo li prende per mano e li riporta al momento della loro conversione, costringendoli a ragionare: "Tornate indietro con la mente. Come avete ricevuto Cristo? Ve lo ricordate? Quel giorno, avevate forse dovuto scalare montagne di regole? Dovevate forse sottostare a riti complicati o a filosofie segrete per essere accettati? Credevate forse a tutte queste aggiunte che oggi vi tormentano? No!"
La risposta è disarmante nella sua semplicità: avevate semplicemente creduto e ricevuto. Non c'era nulla da pagare, nulla da dimostrare. Avete aperto le mani e Dio le ha riempite. Punto. E subito dopo, avete iniziato a camminare in quella nuova vita.
Paolo vuole che comprendano — e che comprendiamo noi oggi — una verità liberatoria: la vita cristiana non è una scalata per conquistare una vetta, ma è il cammino di chi abita su una vetta che Cristo ha già conquistato per noi.
Spesso pensiamo che la fede sia un punto di partenza e che poi spetti a noi, con i nostri sforzi e le nostre "filosofie di perfezione", costruire il resto. Ma Paolo usa tre immagini fortissime per smentirci:
Radicati: Come un albero che affonda le radici nel terreno per nutrirsi. Non è l'albero che crea il nutrimento, lo riceve dal suolo. La nostra linfa è Cristo.
Edificati: Come un edificio che poggia su fondamenta solide. Se la base è Cristo, ogni "piano" aggiunto con filosofie umane è solo un peso instabile che rischia di far crollare tutto.
Confermati: Come un contratto già firmato e sigillato. Non dobbiamo aggiungere clausole umane alla salvezza di Dio.
Vivere la nuova vita significa semplicemente imparare a stare in ciò che ci è già stato provveduto. Se Cristo ha vinto, noi camminiamo nella Sua vittoria. Se Cristo è la pienezza, noi camminiamo nella Sua abbondanza. Tutto il resto non è crescita, è solo un inutile e pesante bagaglio a mano.
Dopo aver lanciato l'avvertimento contro il "vano inganno", Paolo non si limita a una critica superficiale, ma scende nelle profondità dell'opera redentrice di Cristo. Vuole che i Colossesi capiscano esattamente cosa sia accaduto alla croce, affinché non abbiano più scuse per affidarsi a filosofie di serie B.
Leggiamo insieme questa dichiarazione di vittoria (Colossesi 2:9-15):
poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità. 10 E voi avete ricevuto la pienezza in lui, essendo egli il capo di ogni principato e potestà, 11 nel quale siete anche stati circoncisi di una circoncisione fatta senza mano d'uomo, ma della circoncisione di Cristo, mediante lo spogliamento del corpo dei peccati della carne: 12 essendo stati sepolti con lui nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. 13 E con lui Dio ha vivificato voi, che eravate morti nei peccati e nell'incirconcisione della carne, perdonandovi tutti i peccati. 14 Egli ha annientato il documento fatto di ordinamenti, che era contro di noi e che ci era nemico, e l'ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; 15 avendo quindi spogliato le potestà e i principati, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro in lui.
In questi pochi versetti, Paolo riassume il proposito di Dio con una chiarezza che toglie il fiato. Per spiegare l'opera di Cristo, egli usa tre immagini di una potenza inaudita:
1. La Pienezza (V. 9-10)
Le filosofie del tempo promettevano una "conoscenza superiore" o una pienezza spirituale raggiungibile attraverso riti e sforzi. Paolo ribalta tutto: tutta la pienezza di Dio abita in Cristo, e se tu sei in Cristo, tu hai già ricevuto quella pienezza. Non ti manca nulla. Cercare altrove è come cercare l'acqua in un pozzo vuoto quando hai l'oceano a disposizione.
2. Il Debito Cancellato (V. 14)
Qui Paolo usa un’immagine legale straordinaria. Parla di un "documento" (un chirografo), ovvero una prova scritta di debito. Immagina un foglio su cui sono elencati tutti i tuoi fallimenti, le tue colpe e le violazioni della legge di Dio. Quel documento ci condannava a morte. Cosa ha fatto Cristo? Non lo ha solo nascosto: lo ha annientato. Lo ha tolto di mezzo e lo ha inchiodato alla croce. Il debito è stato pagato col sangue; il foglio è stracciato per sempre e tu sei completamente assolto.
3. Il Pubblico Spettacolo (V. 15)
Infine, Paolo usa un'immagine militare: il Trionfo Romano. Quando un generale vinceva una guerra, sfilava per le strade di Roma esibendo i re d'armi nemici spogliati e incatenati davanti a tutto il popolo. Paolo dice che alla croce è successo esattamente questo: mentre il mondo vedeva un uomo sconfitto e nudo, nel regno spirituale era Cristo a spogliare i principati e le potestà. Egli ha esposto al ridicolo le forze del male, dimostrando che non hanno più alcun potere su chi appartiene a Lui.
Capisci ora perché Paolo è così duro contro le filosofie umane? Perché tornare a regole, riti o misticismi quando Cristo ha già:
Riempito il tuo vuoto (Pienezza),
Cancellato ogni tuo peccato (Debito),
Vinto i tuoi nemici spirituali (Trionfo)?
Affidarsi ancora alle tradizioni degli uomini non è solo un errore: è un insulto alla sufficienza della croce.
Conclusione: Il Regno non è una meta, è la nostra dimora
Se tutto ciò che abbiamo letto è vero — se il debito è stato inchiodato alla croce e le potenze del male sono state ridotte al silenzio — allora la nostra libertà non è una promessa per il futuro, ma una realtà presente. Perché allora molti di noi vivono ancora schiacciati dalla paura e dai sensi di colpa?
Il problema è che oggi molti credenti vivono il Regno di Dio come qualcosa di esterno, una meta lontana da raggiungere con fatica o un premio da ottenere dopo la morte. Abbiamo trasformato il Vangelo in una continua rincorsa. Ma la Parola è dirompente: il Regno è in te e il Re dimora in te.
Paolo lo scrive chiaramente: il mistero che era stato nascosto per tutti i secoli è ora rivelato, ed è "Cristo in voi, la speranza della gloria" (Col 1:27).
Se Cristo ha annientato il documento che ti accusava (v. 2:14), con quale autorità il senso di colpa può ancora bussare alla porta del tuo cuore? Il debito non esiste più. Non devi più vivere con il terrore di non essere "abbastanza", perché la tua pienezza non deriva dai tuoi successi, ma da Colui ha già pagato per te e che ora vive in te. La paura perde potere quando comprendi che il Vincitore del cosmo ha stabilito la Sua residenza nel tuo spirito.
Il Regno è dentro, non fuori Gesù lo aveva detto: "Il regno di Dio è dentro di voi". Eppure, cerchiamo ancora soluzioni esterne, nuove ricette spirituali o "filosofie" che ci facciano sentire più vicini a Dio. Fermati e rifletti: se Cristo è in te, hai già tutto ciò di cui hai bisogno. Non devi scalare nessuna montagna per trovare Dio; devi solo imparare a riconoscere la Sua presenza in te.
Vivere il Regno oggi non significa aspettare un cambiamento delle circostanze esterne, ma vivere a partire da una realtà interna. Significa camminare nel mondo non come schiavi che cercano di ingraziarsi un padrone, ma come figli che portano in sé la presenza del Re in ogni ufficio, in ogni casa, in ogni dove e in ogni circostanza.
La lettera ai Colossesi ci invita a smettere di cercare "altrove". Le filosofie umane ti diranno sempre che ti manca qualcosa. Cristo ti dice che in Lui sei completo. La tua libertà inizia nel momento in cui smetti di cercare di "raggiungere" il Regno e inizi a "manifestare" il Regno che è già in te.
Non sei un mendicante che aspetta le briciole fuori dal palazzo; sei il tempio in cui il Re ha deciso di abitare. Vivi da libero. Vivi da redento. Vivi da cittadino di quel Regno che non può essere scosso.
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